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‘Hello moto’. Con Alessandro appena addormentato in braccio, premo il tasto verde prima che la musichetta inizi.
«Ginevra! Come stai?» S’informa la mia amica Chiara dall’altro capo del telefono.
«Hey, ciao.» Sussurro per non svegliare il piccolo. «Tutto bene grazie, e tu?»
«Io ho appena trovato un nuovo lavoro. Ma ti dirò di più. Ho appena rifiutato la posizione offerta dall’agenzia. E indovina dov’è il posto?»
Non faccio in tempo a rispondere che vengo travolta dal suo entusiasmo: «È vicino a casa tua! E cercano una ragazza giovane che parli inglese e spagnolo. Ne conosci una?» Domanda con impazienza, sapendo la risposta.
Laureata due anni prima, avevo conosciuto Chiara proprio durante il mio primo impiego in un’azienda manifatturiera. L’esperienza fu piuttosto limitata, in quanto sostituivo una ragazza in maternità, ma noi due avevamo legato subito. Ed entrambe adoravamo le lingue straniere.
«È la tua occasione tesoro! DEVI mandare il curriculum!» Continua.
Da quando l’ho conosciuta, si è aggiudicata il ruolo di mia cheerleader personale.
«E che faccio con Ale?» Chiedo soprattutto a me stessa contemplando quel faccino appoggiato all’incavo del mio gomito. «Ha solo due mesi.» Aggiungo scoraggiata.
Chiara inizia a menzionare i curricula inviati inutilmente prima di prendere la decisione di avere un figlio e a ricordarmi tutte le porte che mi erano state chiuse in faccia. Se mi avessero assunta sarebbe stata veramente un’opportunità alla quale non avrei potuto rinunciare.
«Mi prometti di pensarci?»
«Promesso.»
Ci salutiamo con un bacio al telefono.
Poso Ale nella culla, e osservo il mondo fuori dalla finestra. Adoro mio figlio. Ma le giornate in casa con lui erano lunghe. Penso a come sarebbe riprendere a lavorare, a frequentare gente, a prendere il caffè con qualcuno che sappia parlare.
Quasi d’impulso, mi metto al computer e aggiusto il curriculum. Lo osservo qualche istante controllando eventuali errori.
Quando è pronto, trattengo il respiro e lo invio all’indirizzo lasciatomi da Chiara.
Due ore dopo, ricevo una telefonata per fissare l’appuntamento con il responsabile delle risorse umane di Orto Sano.
Prendo il cellulare e digito il numero di mio marito. Al terzo squillo, risponde con un “pronto” scocciato.
«Claudio, scusa se ti disturbo.»
«È urgente? Sono con un cliente.»
«Oh, scusami. Volevo solo dirti che domani avrò un colloquio.»
«E come è successo scusa?» Indaga dubbioso.
«Dai, non voglio infastidirti oltre. Te lo racconterò quando torni. Buon lavoro!»
La sera, dopo la routine della nanna di Ale, seduti sul divano con un calice di vino, gli spiego tutto. Ci confrontiamo sul da farsi, concordando sul fatto che non sarebbe stato semplice, ma credo che possa capire che non posso essere “solo” una mamma.
La cittadina dove mio marito è nato e cresciuto, e dove ho accettato di abitare malgrado le mie rimostranze, non ha mai offerto molte opportunità lavorative. Cresciuta quasi da nomade rispetto a lui, avrei voluto vivere in città, per garantire a me stessa e ai miei futuri figli delle possibilità di scelta. Purtroppo, non avendo ancora un lavoro stabile, al contrario suo, fui costretta ad adattarmi alle sue esigenze.
Pensandoci bene, quello fu il primo frangente in cui mise la sua famiglia d’origine, alla quale è sempre stato molto legato, davanti a me. Dal suo punto di vista, infatti, in quanto figlia di divorziati, e avendo traslocato più volte di quello che era opportuno contare, “non potevo capire”.
Così mi ritrovavo venticinquenne, laureata oltreoceano, e relegata in un paese che non sentivo mio. Non venni mai meno alla promessa che mi ero fatta di non rinfacciare la scelta a lui, ma certo non potevo negare quanto era stato difficile abbandonare la metropoli.
Il pomeriggio seguente cerco di organizzarmi al minuto per essere puntuale, alternando le poppate di Alessandro, ad una doccia. Ancora nuda, gli porgo il secondo seno. Quando ha finito, lo aggancio direttamente all’ovetto, pronto per uscire.
Scelgo con cura un tailleur nero e una camicia bianca. Mi trucco leggermente, infilo le mie decolleté antracite e, soddisfatta del risultato, prendo l’occorrente per il bambino, la borsetta e l’ovetto. Colgo di sfuggita il riflesso di un’improvvisata Dea Calì in tacchi pronta ad un colloquio. Rido tra me e me e mi dirigo verso l’auto per portarlo dai miei suoceri.
Per la prima volta dal parto, sarei stata un’ora lontana da mio figlio.
Raggiungo gli uffici della Orto Sano con dieci minuti di anticipo rispetto al colloquio.
Mi accoglie una ragazza con i capelli lunghi e biondi. Sembra una modella.
«Posso aiutarla?»
«Buongiorno, mi chiamo Ginevra e ho un appuntamento con il signor Ferro.»
«Attenda un momento.» Compone un numero e comunica al telefono il mio arrivo.
«Si accomodi, primo piano. Corridoio a sinistra, seconda stanza sulla destra.»
«Grazie mille», esito. Vorrei chiamarla per nome ma non lo conosco.
«Gemma. Mi chiamo Gemma.»
«Allora grazie, Gemma.» Le sorrido e seguo le indicazioni che mi ha fornito.
Arrivata alla stanza noto due uomini.
«Ben arrivata», allunga la mano un uomo pelato sulla cinquantina, «io sono Giacomo Ferro, il responsabile delle risorse umane.»
Stringo la mano a mia volta e mi presento, sebbene sappia perfettamente chi sono, considerando che mi ha convocata lui.
Sposto lo sguardo sul secondo uomo. Quando si alza in piedi per presentarsi, rimango impressionata dalla sua notevole statura.
«Piacere, Edoardo.»
Ci stringiamo la mano, e mi fanno accomodare.
Iniziano con la spiegazione dell’incarico e la presentazione della persona che vorrebbero assumere. Il lavoro sembra interessante, e mi rendo conto di avere le caratteristiche da loro elencate, ma c’è una cosa che non sanno ancora di me e, benché non me l’abbiano chiesto, decido di dirglielo.
Raccolgo tutto il coraggio che ho e, cambiando dieci sfumature di rosso, spiego ai due uomini che sono una neomamma e che, qualora iniziassi a lavorare per loro, vorrei potermi prendere mezz’ora la mattina e mezza il pomeriggio per allattare. Le mie mani sudano dall’agitazione.
«Tutto qui?» Si sorprende Edoardo. «Non credo sia un problema, questo. Il tuo curriculum e la tua formazione sono esattamente quello che cerchiamo. Quando potresti cominciare?»
Avevo due settimane di tempo per organizzare la gestione di Alessandro. Contatto ben quattro asili nido prima di trovare un posto per lui. Preparo un’inserzione per una babysitter e la lascio in ogni bar e supermercato della zona. Compro un tiralatte e inizio a congelare vasetti nei momenti in cui lei dorme, il tutto per preparare le riserve da portare al nido. Infine, provo a dare il biberon al piccolo, non anticipando che sarebbe stata la parte più dura. Inizia a sputarlo, a piangere, a rifiutarsi di mangiare.
Chi l’avrebbe mai detto che un bambino di tre mesi potesse rivelarsi così testardo?
Mia madre viene a trovarmi proprio quel giorno.
«Potevi aspettare domani per darglielo. Ora è nervoso e non posso nemmeno prenderlo in braccio.» Inizia a lamentarsi appena lo nota piangere.
Improvvisamente, le riverso addosso tutta la tensione accumulata negli ultimi dieci giorni.
«Credi sia facile? Credi mi diverta? Devo insegnargli a prendere questo benedetto biberon prima di iniziare a lavorare! Se non ti sta bene, quella è la porta!» Le indico esasperata.
«Invece di lamentarti, potevi anche prenderti più tempo per accudire tuo figlio.» Mi rimprovera.
«Certo, perché le occupazioni cadono dal cielo! Perché posso decidere in qualunque momento di iniziare a lavorare, vero?» Mi sembra assurdo di doverle spiegare come funziona il mondo.
In quel momento, le nostre differenze non potrebbero essere più evidenti: lei, casalinga da una vita che ha cresciuto i suoi due figli senza mai lavorare un giorno fuori casa, e io che, con un bimbo piccolo, non vedo l’ora di tornare ad essere economicamente indipendente.
La storia della nostra vita.
Il primo giorno di lavoro mi mette già a dura prova. Malgrado abbia preparato tutto con cura la sera prima, e mi sia alzata di buon’ora per svolgere le attività mattutine con Alessandro, l’allattamento e la vestizione di entrambi impiegano parecchio tempo. Quando riesco finalmente a portarlo al nido, avverto i sensi di colpa invadermi il petto. Trovo estremamente difficile lasciare il mio bambino tra le braccia di una semi-sconosciuta. Eppure lo faccio.
Passo il badge alle 8:20, in perfetto orario, con la borsa da lavoro da una parte e quella del tiralatte dall’altra.
Per la prima ora, mi sento nuovamente una persona. Gemma mi presenta subito gran parte dei colleghi e, nel giro di una mezz’ora, una ragazza di nome Sonia inizia a mostrarmi il lavoro. Poco prima della pausa caffè però, avverto un formicolio familiare partire dai miei seni e bagnarmi le coppette assorbi latte.
«Vieni a prendere un caffè con noi?» M’invitano le due ragazze.
Rifiuto con dispiacere e, scusandomi, prendo la borsa con su scritto Avent, e mi dirigo verso il bagno, dove scorgo una sedia predisposta per me con il cartello “non spostare”. Sorrido grata.
Rientrata in ufficio, Sonia s’informa su dove sono sparita. Imbarazzatissima, le spiego la funzione appena espletata, e, in quel momento, capisco che non posso esimermi neanche per poche ore dall’essere mamma.
Quando a fine giornata apro la porta di casa, Claudio mi accoglie consegnandomi Alessandro in braccio. Inaspettatamente, scoppio a piangere di gioia e disperazione.
Quanto mi è mancato questo faccino!
«Come faccio a tornare al lavoro? Non posso stare senza di lui.» Singhiozzo baciandogli la testolina.
«Stai a casa, allora.» Commenta mio marito accomodandosi in divano.
Mi sembra di sentire mia madre. Le lacrime rimangono a mezz’aria.
«Ma cosa dici? Non posso mollare dopo un giorno.»
Lui fa spallucce, e accende la tv.
«Buongiorno Orto Sano, sono Ginevra.» Rispondo al telefono come faccio ormai da un anno.
Nei mesi in cui ho lavorato al fianco di Edoardo e Sonia, ho acquisito una buona dimestichezza nella gestione dell’operatività quotidiana. Oltre a ciò, mi è stato assegnato un pacchetto clienti e mi occupo di loro dall’offerta del prodotto alla consegna passando per l’acquisto della merce stessa. È un lavoro nuovo per me, ma sembra darmi soddisfazione.
Una sera di febbraio, in un momento in cui eravamo soli, il mio capo mi stupisce con una richiesta:
«Fra due mesi ci sarà una fiera di quattro giorni a Liverpool dove mi piacerebbe esporre come azienda. Mi servirebbe una traduttrice. Saresti disponibile?»
Sorpresa ed entusiasta, penso a come ho sempre immaginato il mio futuro. Poter viaggiare per lavoro come mio padre, visitare nuovi luoghi, stare fuori casa qualche giorno. Era l’opportunità perfetta. Ma come avrei gestito Claudio e Alessandro?
I mesi precedenti avevo affrontato il mio primo Natale nel mondo dell’alimentare, frequentando mio figlio poche ore a settimana. Sembravamo aver appena riacquistato il naturale rapporto madre-figlio e stare mezza settimana senza vederlo avrebbe vanificato tutti i miei tentativi di riconnetterci.
Oltre a questo, cos’avrebbe pensato Claudio del fatto che avrei dormito tre notti fuori con il mio capo, che tanto lo infastidiva?
Edoardo aveva nove anni più di me, folti capelli castano scuro leggermente lunghi sul collo e un viso decisamente attraente. Per non parlare di un didietro che non potevo fare a meno di ammirare quando camminava in corridoio.
Cerco di sbarazzarmi di quell’ultimo pensiero.
«Porterai anche Silvia?» Indago cercando di distrarmi. Qualche volta sua moglie era partita con lui, anche se, ultimamente, non frequentava molto l’ufficio.
«Magari potrei chiedere a Claudio di accompagnarmi, così loro avrebbero la possibilità di girare la città durante il giorno con Ale, e alla sera potremmo stare tutti insieme.» Propongo.
«Non credo le farebbe piacere. L’hai vista, no? È piuttosto riservata.» Ribatte lui quasi rassegnato.
«Te la sentiresti di accompagnarmi, allora?» Prosegue.
Prendo il mio viso tra le mani, lisciandomi il volto.
«Posso parlarne con Claudio e farti sapere? Ci terrei moltissimo, ma devo capire come organizzarmi.»
Il mio capo acconsente e, al mio rientro a casa, davanti ad un calice di vino rosso, decido di sganciare la notizia.
«Claudio, vorrei davvero tanto che tu e Alessandro veniste con me a Liverpool.» Finisco il discorso.
«A fare cosa scusa? Il babysitter?» Esige lui come se gli avessi appena proposto una cosa assurda.
«Perché dici così? Potresti visitare la città con Ale durante il giorno e stare con me la sera.»
Gli lascio il tempo di rispondere ma sembra non volerne sapere.
«Per favore. Non me la sento di stare senza di lui per così tanto tempo. Ma non posso nemmeno rinunciare a questa opportunità.» Lo supplico.
«Senti, non è che posso assentarmi dal lavoro perché tu devi andare in giro per il mondo.» Sbotta lui.
Sussulto come mi avesse appena sferrato uno schiaffo in viso. Avverto la rabbia salire ma decido di non farlo notare.
«Come preferisci.» Rispondo fingendo una calma che non provo. «Vorrà dire che troverò un daycare per i giorni in cui dovrò stare a Liverpool, così potrò portare Ale con me.» Pronunciato ciò, mi alzo, bevo l’ultimo sorso di vino lasciando il calice nel lavello, e mi dirigo in camera da letto.
Prima di quella sera, io e mio marito eravamo già diventati quasi estranei. Vivevamo di silenzi, malumori, e rancori mai espressi nel modo giusto. Passavamo i pochi momenti insieme a rinfacciarci chi dormiva di più, o faceva di meno, o lavorava più ore, o cambiava meno pannolini.
La nostra vita di coppia aveva risentito moltissimo della nascita di nostro figlio, benché l’avessimo tanto desiderato. Quando arrivò, però, non ci accorgemmo in tempo di essere impreparati a tutti quei cambiamenti. Claudio, all’epoca quarantaduenne, era stato appena spostato di ruolo quando partorii, tanto che, in quei giorni, si dovette dividere tra me e il lavoro, a settanta chilometri dall’ospedale.
Tornati a casa con il piccolo, lui iniziò a rientrare in tarda serata dall’ufficio, e io, tutto il giorno sola, tentavo di occuparmi della casa e di quella creaturina, cercando di sopravvivere. Faticavo a ritagliare momenti per me, ma continuai comunque ad impartire ripetizioni d’inglese e matematica per non dover mendicare soldi per le più comuni spese della casa. Era umiliante per me, laureata con grandi sogni, che lui tenesse il bancomat e che io dovessi sollecitarlo costantemente per qualche euro da tenere nel portafogli.
Gli impegni erano gli stessi di quando non avevamo figli, più quelli derivanti dal piccolo, cosicché lo stress risultava notevolmente superiore, e la mancanza di sonno rendeva tutto più faticoso. Senza l’aiuto dei nostri genitori, vivevo le visite di quelli di mio marito con nervosismo: quando, sempre ad ora di cena, giungevano a casa nostra per incontrare il piccolo, io ero esaurita e Ale intrattabile.
«Potresti proporre ai tuoi genitori di venire a visitarci nel fine settimana?» Azzardai una sera. Ma lui, per paura di ferirli, non gliene parlò mai, anzi, appena tiravo fuori l’argomento, si metteva sulla difensiva e finivamo per litigare.
Tutto mi sembrava più difficile quando lui era a casa, laddove pensavo che avrebbe dovuto essere più semplice. Quando arrivava, trovava quasi sempre la cena pronta, la casa sistemata e il pargolo lavato. Si accomodava sul divano nascondendosi dietro la scusa della stanchezza, tenendo il bimbo solo per liberarmi le mani quel tanto che bastava per svuotare o riempire l’asciugatrice e la lavatrice, preparare un nuovo carico per la mattina seguente, o, in casi eccezionali, farmi una doccia.
Questa routine continuò anche successivamente al mio ingresso al lavoro. A quel punto mi resi conto di essere vicina al burnout, così, dopo innumerevoli richieste non accolte, gli diedi un ultimatum: il divorzio o la donna delle pulizie.